GLI ALPINI DI VILLATA HANNO RICORDATO IL SESSANTACINQUESIMO ANNIVERSARIO DEL SACRIFICIO DEL CORPO DI SPEDIZIONE ALPINO IN RUSSIA
di FULVIO SCAGLIOTTI
La ritirata comincio' il 17 gennaio 1943, quando i nostri alpini e fanti furono costretti a cedere di fronte all’avanzata delle armate di Stalin che oltrepassarono in forze il Don. Il ripiegamento attraverso oltre 300 chilometri di pianura ghiacciata si concluse alla fine di gennaio, quando gli italiani, usciti dalla sacca grazie alla vittoria di Nikolajewka, raggiunsero un territorio non presidiato dai sovietici. Dei circa 230 mila militari se ne salvarono 130 mila ( 30 mila i caduti in battaglia, 70 mila i morti in prigionia ). Impressionante la falcidia degli alpini, che all’inizio erano 57 mila. La divisione Cuneense ebbe 13.500 morti, la Julia 9.800, la Tridentina 7.750, il Quartier Generale 3.200.
In una nitida notte stellata, al tepore di un’antica sala ricavata in un’ala del castello di Villata, in una notte rigida come forse fu quella in cui gli alpini si trovarono a marciare esausti per uscire dall’accerchiamento dei nemici russi, un alpino, il dottor Fulvio Scagliotti, ha voluto ricordare la tragica ed eroica epopea della ritirata di Russia.
In nome dell’Associazione Nazionale Alpini, erede e custode delle tradizioni alpine, ha sentito il dovere di ricordare ed onorare la memoria di chi non e’ tornato e rendere onore ai reduci.
I piemontesi debbono dedicare particolare ricordo alla “ Cuneense “, che diede il maggior tributo di sangue in quella tragica impresa. Un’intera generazione lasci? la vita in terra di Russia, rendendo spopolate intere valli del basso Piemonte e della Liguria, in cui non vi fu famiglia che non piangesse un caduto.
“ L’a’ ‘l Piemont che ai da’ a l’Italia / la pu’’ bela gioventu’ “ sono le strofe di una canzone che gli alpini piemontesi amano cantare e che deve ricordare a tutti il sacrificio di questa meraviglisa Divisione.
Si devono presentare queste vicende soprattutto ai giovani, perch? siano consapevoli di quanto cost? i sacrifici e vite la guerra. Scrive Giulio Bedeschi, testimone diretto di questa anabasi alpina con il gruppo “ Conegliano “ del III° di artiglieria da montagna della Julia in Russia “… l’insegnamento perenne che discende dai fatti e vincola la gioventu’ di oggi a quella di ieri e’ unico e perentorio : non e’ tanto importante e determinante l’affermare genericamente e il vociferare piu’ o meno scompostamente che non si vuole la guerra, quanto il saper fare spazio nel proprio animo alle consapevolezze e agli strumenti morali adatti a contribuire attivamente ogni giorno, individuo per individuo, a tener lontana la guerra……..Attraverso la descrizione delle inevitabili sofferenze e ingiustizie in cui la guerra fatalmente coinvolge l’uomo, contribuire a far capire che la guerra va combattuta quando e’ ancora lontana , e che la pace si mantiene soltanto se ogni giorno si fa tutto il necessario per meritarla. “
Il Sindaco Pietro Umberto Uga ed il Gruppo alpini di Villata hanno organizzato in modo impeccabile la serata, infatti le parole del dottor Scagliotti erano corredate da diapositive, filmati, mappe e fotografie, e per rendere piu’ suggestiva e piacevole l’incontro, il coro “ Don Secondo Pollo “ ha intonato cantate dell’epoca.
Infine a coronamento della serata e’ stata servita un squisita panissa offerta dal Gruppo degli Alpini.
RICORDIAMOLI !
di FULVIO SCAGLIOTTI
Siamo nell’autunno del 1942.
Dalla primavera l’esercito tedesco ha ripreso l’avanzata in territorio russo, deciso a sconfiggere definitivamente le armate sovietiche e le truppe italiane dello CSIR., Corpo di Spedizione Italiano in Russia, accompagnano l’azione degli alleati, pur con fatica per l’inadeguatezza dell’armamento e per problemi logistici rilevanti, dando prova di valore a prezzo di consistenti perdite.
Ma questo a Mussolini non basta. Nonostante la carenze di ogni tipo emerse dal primo anno di campagna, nonostante le persone piu’ responsabili del nostro esercito sconsiglino questa ulteriore iniziativa,il Duce non vuole rinunciare al suo sogno di una armata italiana in Russia. Invano il generale Messe, che meglio di ogni altro conosce la situazione delle nostre truppe, essendo il comandante dello CSIR, tenta di dissuadere Mussolini dall’aumentare la nostra presenza in quel teatro di guerra.
Alle sue obiezioni, Mussolini da’ una risposta di un cinismo tragico “ Caro Messe, al tavolo della pace i 200 mila soldati peseranno molto di piu’ dei 60 mila dello CSIR… “. Naturalmente il generale Messe venne rimosso dopo poco tempo !
Nasce cosi’ l’ARMIR., Armata Italiana in Russia, che porta la presenza italiana su quel fronte a circa 220.000 soldati.
Non mancano di certo gli alpini ! Infatti uno degli obiettivi di Hitler e’ la conquista del Caucaso, per mettere le mani sui ricchi giacimenti di petrolio di quella regione, ed in Caucaso ci sono le montagne, terreno in cui gli alpini possono agire sfruttando al meglio le doti che li contraddistinguono.
Cosi’ vengono mandate in Russia le divisioni alpine Cuneense , Tridentina e Julia, che sono appena state ricomposte dopo le sanguinose perdite subite durante la campagna greco-albanese. La Julia, addirittura, si muove verso il fronte dopo le altre divisioni perch? ha dovuto ricostituire il battaglione Gemona , interamente scomparso in Adriatico per l’affondamento del piroscafo Galilea, silurato da un sommergibile inglese, che lo riportava in patria.
Gli alpini partono con la convinzione di esser impiegati sulle montagne del Caucaso; anche se sono piu’ alte delle loro Alpi, sono pur sempre un terreno che e’ loro familiare e su cui sanno come muoversi.
Al loro arrivo in terra russa, l’amara sorpresa : i tedeschi decidono che le divisioni alpine devono attestarsi sul Don. Lo schieramento imposto e’ insensatamente allungato : ogni divisione deve difendere circa 30 chilometri di fronte, quando le logiche strategiche piu’ elementari prevedono che, con simili unita’, si difendano al massimo 6 chilometri. Come unica riserva hanno i fanti della “ Vicenza “, male armati e male equipaggiati ( non hanno nemmeno i pastrani ! ) e completamente privi di artiglierie. Con questa disposizione, gli italiani non possono contare di fatto in alcuna possibilita’ di ripiegamento o di manovra, n? in alcun aiuto.
Preso atto della nuova situazione, gli alpini provvedono a sistemarsi sulla linea del fronte in modo da sopportare l’inverno che si preannuncia molto rigido, pensando che i russi avrebbero atteso la primavera per attaccare.
I russi invece non temono l’inverno, che anzi considerano un alleato. Nella seconda meta’ di novembre iniziano una serie di offensive su vasta scala, riuscendo in un primo tempo a sfondare le linee tenute dall’armata rumena, isolando la VI armata tedesca di Von Paulus a Stalingrado.
Un’ulteriore offensiva da’ una spallata decisiva a tutte le forze dell’Asse, infrangendo il fronte tenuto dalle divisioni italiane dell’VIII armata e dalle truppe tedesche, costringendo queste unita’ ad un sanguinoso ripiegamento.
Resistono solo le divisioni alpine, ancorate al Don a formare un gigantesco caposaldo, sacrificate dai tedeschi – l’ARMIR e’ sotto comando tedesco – per proteggere la loro ritirata.
Un ulteriore attacco russo, iniziato il 14 gennaio del 1943, chiude in una immensa tenaglia il corpo di spedizione alpino.
Solo al mattino del 17 gennaio, quando ormai l’accerchiamento dei russi si e’ completato, giunge finalmente al generale Nasci, comandante delle divisione alpine, l’ordine di ripiegamento.
Ha inizio quella che e’ stata definita “ la piu’ straordinaria avanzata all’indietro della storia militare”, perch? gli alpini non voltano le spalle al nemico, ma si aprono la strada combattendo per rompere l’accerchiamento che le truppe sovietiche continuamente riformano.
Senza mezzi di trasporto, se non delle slitte improvvisate trainate dai pochi muli rimasti, senza armamento pesante per contrastare i mezzi corazzati nemici, senza copertura aerea, senza neanche mitragliatrici efficienti ( le poche che c’erano erano quasi sempre bloccate dal gelo ), senza comunicazioni, stanchi, affamati, assetati, laceri, feriti trovarono la forza di percorrere a piedi circa 300 chilometri in dodici giorni e undici notti di combattimenti feroci, in condizioni ambientali terribili, con la temperatura che scendeva fino a 45° sotto zero.
Cosi’ quegli alpini, e con loro i fanti, che non avevano vinto la loro battaglia, che non erano riusciti a sconfiggere il nemico, si trasformarono in eroi lungo la tragica e insanguinata via del ritorno.
Solo la Tridentina riusci’ a rompere l’accerchiamento a Nikolajewka ed a trascinare fuori dalla sacca anche le migliaia di sbandati, resti di truppe delle piu’ varie nazionalita’, in rotta su tutto il fronte. La Cuneense e la Julia furono quasi completamente annientate piu’ a sud, terminando il loro tragico destino a Valujki, rendendo possibile col loro sacrificio la salvezza della Tridentina.
Per molti alpini il calvario continu? nei campi di prigionia russi, dove i piu’ ( circa l’85 per cento )
morirono per gli stenti e le malattie. Alcuni di essi rividero l’Italia molti anni dopo la fine del conflitto come i generali Battisti e Ricagni, comandanti rispettivamente la Cuneense e la Julia. Addirittura Padre Brevi, cappellano del battaglione Val Cismo della Julia, ed il tenente medico Reginato, del battaglione Monte Cervino furono liberati solo nel 1954, ed ebbero entrambi la medaglia d’oro.
Ha scritto tempo fa Ettore Botti sul “ Corriere della Sera “ parlando degli alpini in Russia :
“…. Ed e’ dalle testimonianze degli scampati, che emergono gli elementi della metamorfosi, apparentemente paradossale, capace di trasformare un esercito sconfitto in un esercito di eroi.
Lo spirito di sacrificio, adattamento, abnegazione, assai accentuato, specialmente nel corpo degli alpini. Il senso dell’onore, piu’ alto delle circostanze e delle ideologie ( come spiegare, viceversa, l’accanimento nel mettere al riparo le bandiere, le insegne, le medaglie a qualunque costo, perch? non cadessero in mani ostili ? ). E la speranza di salvarsi, si’ , soprattutto questo, l’umanissimo desiderio di portare a casa la pelle, se possibile subito, senza passare per i gravi rischi della prigionia “.
Il tributo finale che il Corpo d’Armata alpino ha pagato per la folle spedizione in terra russa sta in queste cifre : 13.500 morti e 2.000 prigionieri nella Cuneense, la piu’ duramente colpita ( 1.300 i rimpatriati nel 1943 ), 9.800 morti e piu’ di 4.000 feriti nella Julia, 7.750 morti e 3.000 prigionieri nella Tridentina, 9.000 morti ed un migliaio di prigionieri nella divisione di fanteria Vicenza, a cui bisogna aggiungere le perdite subite dai battaglioni dei complementi delle singole divisioni.
Piu’ di settanta sono le medaglie d’oro individuali, 11 quelle per i battaglioni ed i gruppi.
Per portare gli alpini al fronte nel 1942 furono utilizzate 250 lunghe tradotte: ne furono sufficienti solo 17 , nella primavera del 1943, per riportare i superstiti in Italia.